Nelle mani degli algoritmi

Trevor Paglen & Kate Crawford — ImageNet Roulette

Trevor Paglen & Kate Crawford — ImageNet Roulette

Ott 2025

Avete mai letto l’acronimo DYOR? Non è il nome di una fragranza francese scritta male, ma l’abbreviazione di Do Your Own Research — fate le vostre ricerche. Una sorta di mantra finanziario nato nei meandri del web3, utilizzato per autoassolversi durante il grande circo in cui si vendevano token digitali a cifre da capogiro. Un motto che suonava come una formula magica per deresponsabilizzare chi stava piazzando l’ennesima bolla travestita da rivoluzione culturale.

Eppure, questo piccolo acronimo “salvabufale” rivela qualcosa di più profondo, quasi filosofico: stiamo ancora davvero facendo le nostre ricerche? O abbiamo consegnato curiosità e pensiero critico nelle mani degli algoritmi?

Fino a pochi anni fa, il gesto di cercare qualcosa online aveva un che di esplorativo: si digitava, si navigava, si sbagliava strada, ci si perdeva in link e deviazioni. Una piccola avventura cognitiva. Oggi, invece, viviamo in un ecosistema digitale che ci anticipa, ci predice, ci serve risposte già pronte. Gli algoritmi, questi nuovi oracoli invisibili, conoscono i nostri gusti, le nostre inclinazioni e, probabilmente, anche i nostri momenti di debolezza.

È comodo, certo. Ma cosa succede quando iniziamo a fidarci troppo? Quando permettiamo all’intelligenza artificiale non solo di suggerirci un film o un ristorante, ma anche di indicarci su quali investimenti puntare, o peggio ancora, quale artista acquistare? Lo scenario che si apre è al tempo stesso affascinante e inquietante — un nuovo Rinascimento guidato dalle macchine o la fine silenziosa del libero arbitrio estetico?

A riflettere su questi temi è Jo Lawson-Tancred, autrice del saggio Intelligenza Artificiale e mercato dell’arte, in cui analizza l’emergere di piattaforme che offrono consulenza artistico-finanziaria basata sul machine learning. In altre parole: affidare la scelta di un’opera d’arte — e di un investimento — ai dati. Secondo l’autrice, siamo ancora in una fase embrionale: i collezionisti non si fidano del tutto dei consigli di un algoritmo. Ma il terreno si sta preparando, e in fretta.

Spinto dalla curiosità, ho voluto mettere alla prova una di queste piattaforme AI chiedendole di consigliarmi qualche artista contemporaneo su cui investire sotto i diecimila euro. Dopo una serie di premesse etiche e clausole di non responsabilità degne di un notaio, ecco arrivare una lista sorprendentemente sensata. Tra i nomi proposti, uno mi colpisce subito: Marina Apollonio, “storica dell’Op Art italiana, riscoperta da poco dal mercato. Piccoli lavori o multipli possono crescere ancora”, mi informa l’AI con tono complice. Mi viene il sospetto che l’algoritmo abbia già capito troppo di me, che mi stia blandendo, quasi lusingando il mio ego da appassionato d’arte ottica.

E allora mi domando: quanto sarà difficile, in futuro, mantenere una vera capacità critica? Quando anche i nostri gusti più intimi saranno modellati da suggerimenti invisibili, quanto resterà davvero “nostro”? L’arte, che per secoli è stata il regno dell’intuizione e dell’imprevisto, rischia di diventare l’ennesimo campo minato di dati, previsioni e modelli predittivi.

Forse il vero lusso del futuro non sarà possedere l’opera giusta, ma saperla scegliere da soli, senza un algoritmo che ce la sussurri all’orecchio. Perché, a forza di lasciarci guidare dai consigli delle macchine, rischiamo di dimenticare come si fa la cosa più umana di tutte: pensare con la nostra testa.

Testata di Riferimento
Immagini Articoli