Quando un filosofo tedesco ricondusse molti aspetti del pensiero umano a una visione profondamente terrena dell’uomo, definendolo “umano, troppo umano”, tracciò un solco netto e nichilista nella tradizione romantica che, per molto tempo, aveva ammiccato all’eterno, al trascendente, al divino. Ma quando si parla di arte, quanto è davvero determinante l’impatto dell’imperfezione della mano dell’uomo?
Gran parte dell’arte classica è stata costruita attorno a un’idea di perfezione, spesso sovrapposta alla dimensione divina: non a caso, per lungo tempo, i soggetti privilegiati furono quelli religiosi. Ci sono voluti secoli prima che qualcuno iniziasse a scorgere qualcosa di autenticamente affascinante nell’errore, nella deviazione, nell’imperfezione. Il Novecento è stato probabilmente l’apoteosi di questa presa di coscienza: una lunga sequenza di rotture, dissonanze e rivoluzioni che hanno attraversato tutte le forme d’arte, dalle arti visive alla musica, trasformando la divergenza in valore.
Oggi, però, vivere all’interno di una civiltà permeata dall’intelligenza artificiale ci costringe a confrontarci con nuovi paradigmi. I benchmark che regolano il nostro lavoro e i modelli creativi che popolano l’infosfera sono sempre più sintetici, levigati, apparentemente perfetti. È esattamente questo che chiediamo alle macchine: non sbagliare. Ma cosa accadrebbe se, invece, le macchine iniziassero a sbagliare? Saremmo davvero capaci di trovare affascinante l’errore di un algoritmo, come accade con un assolo sgangherato dei Nirvana? Fino a che punto siamo disposti a tollerare l’imperfezione quando non è più umana?
Portiamo il ragionamento all’estremo. È dimostrato che le automobili a guida autonoma causano molti meno incidenti rispetto a quelle guidate dagli esseri umani. Eppure, quanto siamo realmente pronti ad accettare che un algoritmo possa “decidere” di investire un pedone, magari in base a un calcolo utilitaristico che ne salva altri tre? Incidenti simili accadono ogni giorno: stanchezza, alcol, distrazione. Ci sono processi, colpe, responsabilità. Ma se a compiere quella scelta fosse una macchina, quanto metterebbe in crisi l’intero sistema di fiducia su cui si fonda la diffusione dell’IA nella vita quotidiana?
Lo stesso vale per la medicina. È ormai assodato che, in alcuni ambiti diagnostici, gli algoritmi di machine learning riescano a individuare tumori e patologie sfuggiti all’occhio umano. Eppure, anche qui, la domanda resta aperta: quanto saremmo disposti ad accettare che, anche una sola volta, una valutazione errata metta in pericolo la vita di una persona?
Forse perché, in fondo, l’imperfezione è la cifra costitutiva della nostra specie. Un dono primordiale, se vogliamo, di una divinità dispettosa. L’uomo nasce nel dolore e nel sangue, e vive inseguendo spasmodicamente brevi istanti di equilibrio, puntualmente seguiti da nuove fratture. È questo, probabilmente, ciò che cerca anche nella rappresentazione artistica: non una perfezione artefatta, ma qualcosa che gli somigli, che lo tradisca, che lo esponga.
Se un giorno avessimo debellato ogni malattia, annientato ogni microbo, allungato la vita a centinaia di anni, vivremmo forse in una noia assoluta e letale. E, con ogni probabilità, nessuno desidera davvero un mondo simile. Come scriveva Bukowski: “We are here to laugh at the odds and live our lives so well that Death will tremble to take us.”