Ogni mondo ed ogni epoca ha il proprio cantore, se si parla di immagine digitale in Italia non si può evitare di raccontare il percorso, spesso anticipatore di temi e tendenze, di Federico Clapis.
Il suo lavoro indaga temi eterni come la nascita, la trasformazione e la sacralità, ma lo fa con un’estetica futuristica che parla alle nuove generazioni. Le sue sculture digitali — esseri umani che si fondono con dispositivi tecnologici, cuori e feti ibridati con l’elettronica — sono icone di un’epoca in bilico tra spiritualità e post-umanesimo. Clapis si muove su un terreno che è al tempo stesso terreno di gioco e di riflessione: la sua arte, visivamente accattivante, cela sempre un messaggio profondo e talvolta disturbante, una lente attraverso cui osservare la nostra stessa umanità.
Intervistarlo per questo numero di Artbook mi ha dato l’opportunità di approfondire diversi aspetti centrali quanto controversi del mondo dell’arte contemporanea… il suo pensiero è lucido e coerente nell’affrontare i temi scomodi che spesso diventano cliché in questo settore denso di conformismo inaspettato. La sua visione anticonformista mostra paradossalmente un approccio ultra-popolare nella sua concezione della creatività e della fruizione dell’arte.
Quali sono i tuoi progetti più recenti?
“Sto lavorando a un grande progetto digitale su cui mi concentro da anni e che dovrebbe trovare espressione verso la fine dell’estate. Sarà qualcosa di davvero rivoluzionario per l’ecosistema digitale, un’esperienza performativa mai tentata finora, anche se non posso ancora svelarne i dettagli. Parallelamente, sto approfondendo la mia passione per i mondi virtuali — preferisco evitare la parola “metaverso” a causa della speculazione che ha caratterizzato il termine nel 2021, ma sostanzialmente è quello. Fin dalle prime mostre virtuali, ho capito che questa dimensione sintetizza e amplifica tutte le mie precedenti esperienze creative. Sto quindi creando uno spazio articolato, ma semplice nella sua forma, che unisce musica elettronica, arte e altri linguaggi, all’interno dell’ecosistema Roblox. Qui vedo concretezza e una community attiva: mentre molte piattaforme legate alla blockchain mancano di una reale utenza, Roblox conta 200 milioni di utenti. Il mio lavoro è orientato a costruire un nuovo “impero” per il futuro, anche se non imminente.”
Ti senti un artista pop? Ti piace il metodo pop come approccio all’arte?
“Sì, potrei anche essere definito pop, ma non è una definizione che mi interessa particolarmente, soprattutto oggi, quando le contaminazioni tra epoche e generi sono così numerose da rendere sfumate le categorie. Negli ultimi anni, la parola “pop” rischia di confondersi con il “trash” e il kitsch: gallerie e correnti pop hanno perso la loro forza originaria. Tuttavia, se “pop” significa accessibilità e possibilità di essere compreso da tutti, allora sì, in questo senso mi riconosco.”
Qual è l’aspetto più pop dell’arte digitale?
“Probabilmente il denaro. Negli ultimi anni, l’arte digitale ha fatto parlare di sé quasi esclusivamente per le cifre record delle vendite. In questo senso, la dimensione economica è l’elemento più “popolare” di un settore che, per il resto, resta ancora confinato a una piccola nicchia di appassionati e collezionisti crypto.”
Come vedi la crescente accessibilità degli strumenti digitali nella creatività artistica?
“È certamente positivo che strumenti sempre più semplici permettano a molti di esplorare la propria creatività. Tuttavia, non credo che questo renda l’arte “migliore” in senso assoluto. Piuttosto, cambierà il modo in cui il cervello umano recepisce le immagini: ciò che oggi ci stupisce, domani ci sembrerà scontato, come accaduto con la calcolatrice per i numeri e per i calcoli complessi. Gli artisti già affermati potrebbero trovare modi più complessi e articolati per creare esperienze che superino la pura immagine — esperienze immersive e interdisciplinari — ma serviranno anni per concretizzarle. Per le immagini, invece, tra pochi anni la meraviglia rischia di svanire.”
Pensi che sia indispensabile passare dal digitale al fisico per un artista?
“No, non credo che sia un passaggio obbligato. Finché vivrà la generazione dei miei genitori, ci sarà ancora un mercato per il solo fisico. Più avanti, il fisico avrà forse un valore “archeologico” più che contemporaneo. In ogni caso, oggi l’arte digitale è ancora legata in modo diretto alle oscillazioni del mercato crypto, quindi la stabilità del mondo fisico è ancora preziosa.”
Credi che l’arte sia uno strumento fondamentale per diffondere messaggi sociali?
“L’arte può certamente servire a trasmettere messaggi, ma questo riguarda più in generale il mondo delle immagini. Il termine “arte” si ammanta di un’aura speciale, forse sopravvalutata oggi, e finisce per confondersi con tutto ciò che è visivo. Credo che la capacità di comunicare in modo incisivo sia un valore proprio dell’immagine, più che dell’arte in senso stretto, e che l’arte non sia più un elemento centrale come lo è stata in passato.”
Secondo Richter, l’arte rappresenta la più grande speranza per difendere le diversità contro l’omologazione. Sei d’accordo?
“Non sono d’accordo. L’arte è spesso un luogo dove l’omologazione regna sovrana. Ovviamente, tutto dipende da cosa intendiamo per “arte”: se parliamo dell’atto creativo individuale, forse sì; ma se parliamo dell’arte che si muove sul mercato e ne segue le regole, l’omologazione è più la norma che l’eccezione. Oggi, non credo che l’arte abbia ancora quel ruolo salvifico che poteva avere in passato.”
Qual è la tua opera preferita e quella più amata dal pubblico?
“Ci sono opere come “Baby Drone” che sono diventate iconiche per la mia community, e altre che sono invecchiate troppo in fretta. Ad esempio, quando nel 2015 affrontavo la dipendenza dagli smartphone, il tema era ancora fresco, mentre oggi è quasi retorico. Poi ci sono i miei lavori più sperimentali, i ready-made e le accumulazioni, a cui sono molto legato. Ma in fondo, essendo ossessivo, l’unica opera a cui sono veramente affezionato è quella a cui sto lavorando in questo momento: finché non si compie, per me esiste solo quella.”
La popolarità di un artista dovrebbe essere considerata un valore?
“Credo che la popolarità sia sempre stata parte del valore di un artista, almeno dal punto di vista del mercato. Oggi sono cambiate le modalità con cui questa popolarità si costruisce e si manifesta. Va però ricordato che l’arte è un mestiere, oltre che un mercato: la popolarità diventa un valore commerciale. Ma c’è anche un altro piano, più intimo e sacro, che riguarda la dimensione meditativa e terapeutica dell’atto creativo. Lì, la popolarità non conta affatto.”