Vi siete mai trovati in uno di quei contesti chic dell'arte un po’ sospesi, dove le conversazioni iniziano sempre con una certa eleganza e finiscono inevitabilmente per girare a vuoto, come se tutti stessero cercando qualcosa che non sanno nominare, e a un certo punto, quasi per inerzia, qualcuno posa il bicchiere, inclina la testa e pone la domanda più prevedibile e allo stesso tempo più scivolosa di tutte: che cos’è l’arte?
È una scena che si ripete con una regolarità sorprendente, non solo nei circoli esclusivi o nei salotti colti, ma ovunque si concentri una minima densità di pensiero, perché questa domanda ha attraversato l’intera storia della conoscenza umana senza mai trovare una risposta che potesse dirsi definitiva, stabile, inattaccabile; e se è vero che ogni epoca ha prodotto la propria definizione, è altrettanto vero che ogni definizione è stata, prima o dopo, superata, contraddetta, dissolta da ciò che è venuto dopo.
Millenni di anni di filosofia, estetica, storia dell’arte… e siamo ancora qui, esattamente nello stesso punto.
A questo punto conviene cambiare approccio, e invece di cercare una definizione solida su cui costruire, partire dalla sua assenza e dichiarare subito, senza troppe precauzioni, un assioma che suona quasi come una provocazione ma che, a guardarlo meglio, è forse l’unico che resiste: l’arte è ciò che è arte.
Hai scoperto l'acqua calda! direte... Non è una battuta, non è una resa, non è un gioco linguistico fine a sé stesso, ma il risultato di una lunga serie di fallimenti, perché tutto ciò che abbiamo provato a usare come criterio, come fondamento, come chiave interpretativa, si è rivelato nel tempo insufficiente.

In Platone l’arte viene descritta come imitazione, come copia di una copia, qualcosa che riproduce il mondo sensibile che a sua volta è già una derivazione imperfetta delle idee; e Aristotele, pur rivalutando il ruolo dell’arte, mantiene il concetto di mimesi, attribuendole una funzione conoscitiva ed emotiva, come quando scrive che l’uomo prova piacere nell’imitazione e riconosce nel rappresentato qualcosa del reale. Per lungo tempo, questa idea ha funzionato come un fondamento stabile: l’arte rappresenta il mondo, lo riflette, lo restituisce sotto forma di immagine, racconto, figura.
Eppure, anche questa definizione, che sembrava così solida, si è progressivamente incrinata man mano che l’arte ha iniziato a prendere le distanze dal visibile, a deformarlo, a negarlo, a reinventarlo. Dalla prospettiva rinascimentale, che cercava di costruire un’illusione perfetta dello spazio, fino alle avanguardie che hanno frantumato la rappresentazione, l’arte ha smesso di essere uno specchio per diventare un dispositivo di produzione di mondi.
Si è detto poi, per esempio, che l’arte potesse essere identificata con la maestria, cioè la capacità di padroneggiare una tecnica fino a raggiungere un livello superiore di esecuzione, e questa idea ha retto per secoli, alimentando l’immagine dell’artista come maestro, come colui che sa fare meglio degli altri, che possiede una competenza rara, quasi inaccessibile. Tuttavia, con le grandi trasformazioni del Novecento, questo legame si è progressivamente allentato fino a spezzarsi, perché l’artista ha iniziato a spostarsi altrove, a delegare l’esecuzione, a separare il momento della concezione da quello della realizzazione, lasciando che fossero altri, spesso artigiani altamente specializzati, a incarnare quella stessa maestria che un tempo definiva l’artista. Se la tecnica può essere esternalizzata, se la mano non coincide più con l’autore, allora la maestria non può essere il criterio ultimo.

A quel punto si è tentato di correggere il tiro, spostando l’attenzione sul concetto, sull’idea, sul contenuto, sostenendo che ciò che conta davvero nell’arte non è come qualcosa è fatto, ma ciò che significa, ciò che comunica, ciò che intende dire. Questa posizione ha avuto una forza enorme, soprattutto con l’avvento delle correnti concettuali, ma anche qui il presente introduce una crepa difficile da ignorare, perché viviamo in un’epoca di sovrapproduzione di idee e quindi il concetto, preso isolatamente, rischia di perdere peso, di diventare una materia inflazionata. Ad un certo punto siamo arrivati alle opere inesistenti e alle mostre di opere proiettate con l'ipnosi e abbiamo imparato allora che l’arte non può limitarsi a questo, perché resta comunque una dimensione esperienziale, espressiva, materiale, che non si lascia ridurre completamente a un enunciato.
Si è allora invocata la soggettività, il talento individuale, l’atto creativo come espressione autentica di un individuo, arrivando spesso a sostenere che chiunque, in determinate condizioni, possa produrre arte, e che dunque tutto possa essere considerato tale. È una posizione affascinante, apparentemente inclusiva, ma porta con sé un paradosso difficile da risolvere, perché se tutto è arte, allora il concetto stesso di arte perde consistenza, smette di funzionare come categoria distintiva, si dissolve in una generalità indistinta in cui nulla emerge davvero. Il famoso inciampo del relativismo culturale, se per te il modo di cucinare di tua zia è un'arte e per qualcun altro è arte il modo in cui Leo Messi calcia il pallone, qualsiasi cosa a quel punto potrebbe essere definita arte, e chiunque potrebbe essere definito artista... evidentemente anche in questo caso ci siamo persi.

Un altro tentativo ha riguardato l’unicità, l’idea che l’opera d’arte debba essere irripetibile, singolare, non duplicabile, ma anche questo principio è stato messo in crisi in modo definitivo dalla possibilità tecnica di riprodurre, moltiplicare, serializzare, fino al punto in cui la produzione in serie non solo non esclude l’arte, ma ne diventa una delle forme più riconoscibili, come ci ha insegnato Andy Warhol e tutta la Pop Art. Se un’opera può esistere in molte copie senza perdere il suo statuto, allora l’unicità non è più un criterio sufficiente.
C’è poi chi ha cercato una risposta nel mercato, attribuendo al valore economico una funzione di validazione, come se il prezzo potesse certificare lo status artistico di un oggetto, ma il mercato è per sua natura instabile, soggetto a dinamiche speculative, oscillazioni improvvise, riscritture continue, e ciò che oggi viene celebrato può essere dimenticato domani con la stessa rapidità con cui è stato elevato.
Nemmeno l’intenzione dell’artista sembra bastare, nonostante la tentazione di considerarla decisiva, perché se è vero che in alcuni momenti storici tutto ciò che l’artista produce viene assunto come arte (e in questo senso Piero Manzoni è stato un grande maestro), è altrettanto vero che questa visione è relativamente recente e non tiene conto del fatto che l’arte, per esistere, ha bisogno di uno sguardo esterno, di un riconoscimento, di una relazione che non può essere interamente contenuta nell’intenzione individuale. Del resto l'importanza della firma sull'opera è un fattore abbastanza recente.

Arrivati a questo punto, dopo aver attraversato e smontato una serie di definizioni che per un certo periodo hanno funzionato ma che alla lunga si sono rivelate parziali, resta una sola possibilità, che non è tanto una definizione nel senso classico, quanto piuttosto una constatazione strutturale: l’arte non si definisce in modo autonomo, ma emerge all’interno di un contesto, attraverso un processo collettivo e temporale che coinvolge una molteplicità di attori.
Dire che l’arte è ciò che è arte significa riconoscere che essa coincide con ciò che viene riconosciuto come tale nel tempo, all’interno di un sistema composto dai protagonisti del sistema dell'arte, critici, curatori, istituzioni, artisti, filosofi, pubblico e, soprattutto, dalla sedimentazione storica che trasforma alcune produzioni in oggetti di memoria, di studio, di narrazione. Non siamo noi, nel presente, a stabilire in modo definitivo cosa sia arte, ma è il tempo a operare una selezione, a costruire una continuità, a stabilire ciò che resta e ciò che scompare.
In questo senso, l’arte è ciò che entra nei libri di storia dell’arte non perché qualcuno lo abbia deciso una volta per tutte, ma perché, attraverso una serie di passaggi, di riconoscimenti, di rielaborazioni, è stata progressivamente assorbita in un sistema che la definisce retroattivamente.
E questo implica una conseguenza piuttosto netta: ciò che oggi viene prodotto non può essere definito con certezza come arte o non arte, perché manca ancora quella distanza temporale che permette al sistema di operare la propria selezione. Possiamo ipotizzarlo, sostenerlo, promuoverlo, rifiutarlo, ma non possiamo stabilirlo definitivamente.
Per questo motivo, la risposta più onesta, per quanto possa sembrare elusiva, resta quella iniziale: l’arte è ciò che è arte, nel senso che l’arte è ciò che viene riconosciuto come tale quando il tempo ha fatto il suo lavoro.
Il resto lo deciderà il tempo.