Arte e tecnica nell’era degli NFT

Marcel Duchamp — Fountain, 1917

Chi ha studiato storia dell’arte sa bene che, nel corso dei secoli, l’arte ha spesso avuto la funzione di rappresentare il mondo e gli avvenimenti del proprio tempo, o di dar voce alle visioni — talvolta religiose, talvolta filosofiche — che abitavano l’animo dell’artista. Tra le molte rivoluzioni che l’arte ha attraversato, una delle più dirompenti si è manifestata nel 1917, quando Marcel Duchamp presentò un orinatoio rovesciato come opera d’arte, battezzandolo Fountain. Con quel gesto, Duchamp inaugurò il concetto di ready-made: l’oggetto comune, decontestualizzato, che diventa arte per effetto della scelta e dell’intenzione dell’artista.

Da quel momento, la linea di confine con la tradizione si è fatta abissale. L’opera d’arte si emancipa dall’oggetto per diventare idea, gesto, intenzione. L’artista non rappresenta più la realtà: la crea. Come scriverà Thierry De Duve, il ready-made è “un’opera che si definisce da sé nella frase: questo è arte”.

Dimentichiamoci, dunque, il pittore sporco di colore chino sulla tela o lo scultore immerso nella polvere di marmo. Con l’avvento del web3 e degli NFT, la questione si complica ulteriormente: l’arte perde perfino la sua fisicità. Nella nuova dimensione immateriale e decentralizzata, ci chiediamo inevitabilmente: che cosa resta, allora, dell’arte?

Il critico Dino Formaggio ci offre una definizione tanto semplice quanto abissale: “L’arte è ciò che l’uomo chiama arte.” In questa tautologia si cela l’essenza più pura del gesto artistico: il bisogno primordiale dell’essere umano di dare forma al proprio sentire, di creare bellezza o inquietudine, di riconoscersi in un’immagine del mondo che nasce dentro di sé.

Ma che ne è della tecnica? In un’epoca in cui l’arte può essere digitale, concettuale, performativa o persino automatizzata, qual è il posto della manualità, del mestiere? È un segreto noto ai più: molte opere, anche del passato, non sono state fisicamente realizzate dall’artista che le ha concepite. Botteghe rinascimentali, atelier contemporanei, sculture commissionate ad artigiani — la distanza tra idea e realizzazione è sempre esistita. L’abilità tecnica, dunque, è solo uno dei tanti strumenti a disposizione del pensiero artistico.

E quando entriamo nel territorio dell’arte digitale, il discorso si fa ancora più sottile. Si tende a valutare un artista per la sua padronanza del mezzo — software 3D, tavolette grafiche, programmi di generazione — come se la perizia tecnica bastasse a garantire il valore estetico di un’opera. Ma l’arte non è nel mezzo. L’arte è nel linguaggio invisibile che lega l’immagine al pensiero, l’autore all’osservatore.

Prendiamo l’astrazione come esempio estremo. Davanti a un dipinto di Rothko, anche chi non conosce l’artista percepisce una forza che non si può spiegare con la tecnica: è un’armonia misteriosa che parla direttamente alla parte più profonda di noi. Non si descrive, si sente. Come il gusto del cioccolato — impossibile da spiegare, immediato da riconoscere. E come il cioccolato, l’arte può essere dolce, effimera o, come un tartufo raro, capace di mandare in estasi chi è pronto ad assaporarla davvero.

L’arte, in fondo, è questo: un flusso invisibile di poesia che unisce due coscienze attraverso un’opera. Più l’occhio è allenato, più l’anima è aperta, più profonda sarà la risonanza.
Quanto alla tecnica… lasciamola volentieri agli artigiani.

 
 

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