Ci sono molti luoghi comuni nel mondo dell’arte, uno di questi comuni vuole che l’arte digitale sia appannaggio quasi esclusivo di giovani nerd appassionati di informatica e tecnologia o, peggio ancora, una derivazione altezzosa del grande universo dei meme e della cosiddetta memestetica, sviluppatasi una ventina di anni fa con l’esplosione delle prime piattaforme social. Certo, bisogna ammettere con limpida onestà intellettuale che la vistosa parentesi della bolla speculativa degli NFT, tra il 2020 e il 2021, si sia intrecciata con fenomeni vicini al mondo del gaming e della computer grafica. Ma sarebbe miope ridurre la questione a questo. L’arte digitale vanta infatti una storia ormai pluridecennale, popolata da protagonisti di altissimo livello e grandi sperimentatori che appartengono a pieno titolo al panorama dell’arte contemporanea.
In questa lunga e gloriosa traiettoria, l’arte digitale si è spesso intrecciata con la sua sorella maggiore, l’arte mediale o multimediale, in un percorso di innovazione che ha accompagnato l’uomo nel suo rapporto quotidiano con le tecnologie emergenti. Eppure, arte e tecnologia, pur avanzando insieme, hanno spesso trascurato i due temi centrali che da sempre nutrono la produzione creativa: la dimensione concettuale e quella poetica dell’opera. Proprio per questo, oggi, gli artisti digitali o mediali possono rivendicare il diritto di definirsi, a pieno titolo, anche “artisti concettuali” – forse persino più concettuali dei “vecchi” artisti concettuali – poiché operano con l’immateriale come elemento primario della loro creazione.
È il caso di Andrea Paoli e della sua opera digitale Come è in cielo così è in terra, ispirata al celebre passo attribuito a Ermete Trismegisto. Paoli utilizza l’immaterialità per raccontare una nuova dualità contemporanea che non oppone più il mondo terreno a quello delle “alte sfere”, ma sposta il conflitto sul terreno attualissimo tra ciò che esiste al di qua dello schermo e ciò che È dentro lo schermo. Il gioco sulla particella “È” diventa un raffinato espediente ironico e filosofico, capace di mettere in dialogo il piano dell’essere con quello fenomenico, in una rilettura post-umana del pensiero di Parmenide.
Per chi ancora non fosse persuaso dalla tesi di questo scritto, valga l’esempio di Coral Sonic Resilience, progetto dell’artista italiano Marco Barotti, da anni figura di spicco della scena mediale berlinese. L’opera consiste in installazioni subacquee che inviano segnali sonori alle barriere coralline con l’obiettivo di rigenerarle. E cosa c’entrano dati e informatica, vi chiederete? Il suono prodotto da questi affascinanti totem sottomarini nasce da una complessa – e sorprendentemente lirica – elaborazione di canti sciamanici raccolti in giro per il mondo dall’artista e trasformati, tramite algoritmi di Intelligenza Artificiale, in una sinfonia terapeutica per coralli malati. Il risultato? Funziona.
Cosa c’è di più poetico e concettuale di un’opera che utilizza l’IA per sintonizzarsi con la natura e curarla? Questa è l’arte che ci piace.