Premessa – Il mito del nuovo inizio
Il Web3 è stato raccontato come un punto zero: un nuovo inizio, una tabula rasa capace di superare il sistema dell’arte tradizionale. Non è andata così.
La chiusura progressiva di marketplace storici, piattaforme NFT e progetti “decentralizzati” è il dato più oggettivo possibile. Non è una crisi congiunturale, è un fallimento strutturale di un modello che ha confuso mercato con cultura, velocità con visione, community con sistema.
L’errore non è stato tecnologico, ma culturale: si è cercato di costruire un ecosistema dell’arte ignorando secoli di pratiche, ruoli, mediazioni e responsabilità. Questo articolo non è un atto nostalgico, ma un tentativo di rimettere ordine.
1. Conoscere la storia dell’arte (e studiare chi ha avuto successo)
Non esiste artista serio che non conosca ciò che lo precede.
Perfino Leonardo da Vinci non era un genio “isolato”: studiava i classici, osservava i maestri, copiava, smontava, ricostruiva.
Maurizio Cattelan ha costruito la sua forza non sulla tecnica, ma su una conoscenza lucidissima dei meccanismi dell’arte, del potere simbolico e dei media.
Anish Kapoor e Jeff Koons, due dei nomi più conosciuti del contemporaneo attuale, hanno portato la produzione industriale dentro il sistema dell’arte dopo averne capito le regole.
Un artista che si ponga come soggetto credibile nel mondo dell’arte ha il dovere di conoscerlo, come soggetto che si inserisce con sostenibilità nel mercato dell’arte ha il dovere di assicurarsi che ciò che produce non sia già stato realizzato e che possa trovare la propria collocazione nel mercato stesso, lo deve ai collezionisti che abbiano la bontà di investire su di lui, lo deve alla propria carriera e ai curatori/critici che vogliano affiancare a lui il proprio nome.
Studiare questi percorsi non significa imitarli, ma capire come funziona il successo artistico nel tempo, non nel feed.
Fonti utili
2. Accettare che il modello Web3 ha fallito
Il Web3 ha promesso disintermediazione, ma ha creato nuove dipendenze: da blockchain a volte fragili e poco sostenute, da marketplace centralizzati gestiti spesso da persone poco esperte del mondo e del mercato dell’arte, e infine da cicli di hype molto corti e frenetici che lasciano il vuoto dopo brevi tempeste.
La chiusura di piattaforme come Nifty Gateway, Makers Place o Rodeo non è un’anomalia: è la conseguenza logica di un sistema che ha puntato tutto sulla liquidità, sulla speculazione veloce e nulla sulla cultura.
Quelli che erano i nobili e rivoluzionari principi del web3 sono stati stravolti e asserviti a logiche di profitto piuttosto dubbie, enfatizzando l’idea di guadagni facili che ha portato dentro questo mondo una miriade di sedicenti artisti improvvisati da ogni punto di vista.
Chi continua a parlare di “ripartenza” senza interrogarsi sugli errori sta solo prolungando l’agonia.
Approfondimento
3. Separare valore artistico e visibilità
L’arte non è engagement. Un artista non è equiparabile ad un creator.
Molti progetti Web3 hanno confuso la crescita di una community con la costruzione di valore culturale. Il risultato è stato un ecosistema popolato da figure più vicine al marketing che alla ricerca artistica.
Molto spesso sui social afferenti al mondo del web3 sono state considerate delle logiche di audience-farming nella costruzione di progetti definiti artistici, come se questo tipo di approccio fosse l’unico perseguibile. Questo atteggiamento ha tenuto fuori dai riflettori molte proposte artistiche che invece avevano qualcosa da dire ma che, magari, non erano ben sostenute dai numeri sui social massificati.
La visibilità non è un criterio di qualità. Al massimo è un amplificatore. Un artista digitale oggi dovrebbe riprendere il contatto con un concetto di valore più appropriato e rimettere al centro della propria strategia la ricerca della qualità, o se vogliamo, la ricerca in generale.
4. Rimettere al centro contenuto, racconto e idea
Le avanguardie storiche lo avevano già chiarito. Il dadaismo, il punk, l’arte concettuale hanno dimostrato che il mezzo non è il messaggio, se il messaggio non esiste.
Oggi l’ossessione per termini come “immersivo”, “interattivo”, “AI-powered” ha prodotto un’infinità di opere tecnicamente brillanti ma concettualmente vuote. Ed è proprio di questi termini che si riempiono i contenuti creati e diffusi dai vari influencer del settore, soggetti che fino a ieri molto spesso si occupavano di altro, molto spesso digital marketing.
L’arte non è tale senza un concetto che stia dietro alla forma, l’arte è l’intreccio geniale e imprevisto di forma e sostanza, nell’espletazione necessaria e incontenibile di un’emergenza da parte dell’artista. Perché l’artista vero non produce per diletto o strategia, produce perché non ne può fare a meno, l’arte per lui è una assoluta emergenza.
Senza un’idea forte, la tecnologia è solo decorazione.
Riferimenti
5. Difendere la ricerca e il diritto alla distruzione
Nel sistema dell’arte tradizionale, il pubblico vedeva solo l’opera finale. Oggi tutto viene pubblicato, documentato, promosso, e la ricerca del flusso di contatti è talmente spasmodica che niente viene sottratto all’esigenza di engagement globale,
Questo ha eliminato una fase fondamentale: la distruzione.
Un artista deve poter fallire in privato. Deve poter buttare via il 90% di ciò che produce. Questa fase è sempre stata fondamentale nel processo di produzione degli artisti, le opere che non rispecchiano al 100% la volontà di rappresentazione formale e sostanziale di ciò che l’artista ricerca devono essere cestinate, eliminate senza alcun ripensamento, ciò che esce dallo studio dell’artista, o oggi dal suo wallet, deve essere la perfetta e definitiva selezione di tutto quello che il suo processo creativo riesce a partorire.
Senza questa selezione, resta solo una produzione seriale di contenuti. Ma questo processo non si chiama “creare arte”, si chiama “product placement”.
6. Pensare le opere come parti di un progetto
Un’opera d’arte non è un post.
Un artista lavora per cicli, per serie, per fasi. Le opere devono dialogare tra loro, costruire una poetica riconoscibile. Quando un artista si presenta ad un soggetto che deve valutarlo, che sia un gallerista, un museo o una fondazione, ci si aspetta che l’artista sia in grado di presentare la propria produzione sotto forma di progetti, raramente gli artisti lavorano sull’opera singola.
L’opera dell’artista decontestualizzata da un progetto più grande risulta spesso depotenziata.
Chi produce lavori isolati, scollegati, pensati solo per “funzionare” online, non costruisce un percorso. Costruisce un archivio disordinato.
7. Progettare l’outcome: esposizione, formato, spazio
Un’opera digitale deve poter vivere fuori dallo schermo personale dell’artista.
Deve poter essere esposta in una galleria, in un museo, in una fiera. Se l’artista vuole interagire con quelli che sono i principali player del mondo dell’arte, deve mettersi nei loro panni e iniziare a pensare a quali possono essere le loro esigenze, soprattutto per quanto riguarda la costruzione di una mostra.
L’elemento centrale della diffusione dell’arte contemporanea oggi non è l’opera, è la mostra. Curatori, direttori, critici, galleristi, giornalisti oggi non ragionano per opera, ragionano per mostra.
L’opera concepita dall’artista deve avere un formato, un dispositivo, una logica installativa che sia già chiara fin dalla propria concezione.
Gli artisti che ignorano questo aspetto si auto-escludono dal sistema dell’arte fisica, che continua – piaccia o no – a essere il luogo della legittimazione e della storicizzazione dell’arte.
8. Costruire relazioni con critici e curatori
Il Web3 ha demonizzato le figure di mediazione. È stato molto probabilmente un errore, anche perché il concetto di disintermediazione è stato utilizzato in maniera piuttosto altalenante a seconda dei comodi di chi doveva profittare sul momento.
Senza critici e curatori non esiste sedimentazione culturale. Non esiste racconto storico. Non esiste istituzionalizzazione.
L’arte ha sempre avuto bisogno di chi la racconta, e raccontarla non è sempre facile, ha sempre avuto bisogno di qualcuno capace di fare una selezione, un setaccio, rispetto alla grande mole di lavori prodotti ogni giorno. Raccontare arte, criticare arte, selezionare arte, curare mostre, sono lavori complessi che richiedono grande preparazione, esperienza e conoscenza dell’arte del presente e del passato, e storicamente questi percorsi hanno aiutato la costruzione di una grande macchina dell’arte che fosse capace di sopravvivere e restare sostenibile nell’arco dei secoli.
Chi sa leggere e scrivere sull’arte non è un ostacolo: è un alleato strategico.
Approfondimento
9. Garantire conservazione e standard
Un’opera digitale è anche un problema archivistico. Se per l’arte tradizionale gli artisti erano tenuti a porsi una miriade di problemi che riguardassero la conservazione delle loro opere, e questo ha creato non pochi problemi a molti artisti anche famosissimi degli ultimi anni, lo stesso problema deve esser risolto oggi dagli artisti digitali, anche se ovviamente secondo dei paradigmi completamente diversi
Oggi molto spesso ci troviamo di fronte a blockchain che scompaiono, link IPFS non mantenuti, file non standardizzati: tutto questo mina la fiducia dei collezionisti, quei pochi che già hanno fatto un grande atto di fede a dare fiducia ad un nuovo modo di collezionare, legato all’immaterialità delle opere.
Ma anche qui cambiano i modi ma non la sostanza, l’arte, che sia materiale o meno, deve esser garantita nella sua sussistenza nel tempo, per la serenità di chi ha la bontà di investirci le proprie risorse.
Chi vende arte ha una responsabilità simile a quella di un editore o di un museo: garantire la durabilità dell’opera.
Riferimenti
10. Non seguire le mode
Le mode producono soltanto eserciti di imitatori.
Il Web3, ovvero la pavida versione che ne abbiamo vista fino ad oggi, ne è stato la prova: estetiche clonate, temi riciclati, linguaggi indistinguibili.
Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il sole, la storia dell’arte è costellata di momenti di appiattimento creativo e di ondate di conformismo creativo che affliggono sia chi produce arte sia chi la compra e la sostiene. Ciò che rimane però è l’originalità e l’innovazione.
Gli artisti che restano sono quelli che hanno avuto il coraggio di essere fuori tempo, fuori trend, fuori comfort. Pensare fuori dal coro, immaginare percorsi mai battuti, raccontare al mondo una prospettiva del tutto nuova, sono prerogative immancabili per gli artisti. L’artista è per sua natura anticonformista, l’arte, come diceva bene Gerard Richter «L’arte non serve a trasmettere messaggi o ideologie: serve a opporre resistenza alla semplificazione e l’appiattimento del mondo.»
Conclusione
Essere un artista digitale oggi non significa usare l’ultima tecnologia, ma sapere perché la si usa.
Dopo il fallimento dell’hype resta una scelta netta: continuare a produrre rumore o tornare a fare arte.
Il sistema dell’arte non è morto. È semplicemente più esigente di quanto molti avessero previsto.